Melo

Malus domestica Borkh.

Anche detto: pomo, melo domestico, pummo, mela

L'albero da frutto più rustico dell'orto italiano. Vive decenni, regge -25 °C e chiede poco: una potatura all'anno, un impollinatore vicino e attenzione a due sole avversità.

Ramo di melo carico di mele rosse mature in un frutteto italiano a fine estate
Famiglia botanica
Rosacee
Tipo
Frutto / arborea
Difficoltà
facile
Ore di sole al giorno
8 h
Fabbisogno idrico
medio
Distanza fra le piante
400 cm
Profondità di semina
5 cm
Germinazione
60-120 giorni
Semina-raccolta
730-1460 giorni
Temperatura minima tollerata
-25 °C
Temperatura ottimale
12-25 °C
Terreno
fresco, profondo, ben drenato

Semina

gen
feb
mar
apr
mag
giu
lug
ago
set
ott
nov
dic

Raccolta

gen
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mar
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mag
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lug
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set
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nov
dic

Buone consociazioni

erba-cipollina, tagete, calendula

Da evitare vicino

patata

Avversità principali

carpocapsa, afide lanigero, ticchiolatura

Dati dal catalogo Ortifera, gli stessi usati dall'applicazione per generare il calendario e le attività settimanali.

Identità della specie

Il melo coltivato è Malus domestica, famiglia Rosaceae, sottofamiglia Maloideae — la stessa di pero, cotogno e nespolo. È un albero a foglia caduca, longevo, che in forma libera supera i sei metri e in coltivazione moderna viene mantenuto molto più basso.

L'origine non è europea: l'antenato principale è Malus sieversii, specie selvatica delle montagne del Tien Shan, fra Kazakistan e Cina occidentale, dove esistono ancora foreste spontanee di meli con frutti grandi. Da lì la specie ha viaggiato lungo le rotte commerciali verso ovest, incrociandosi con meli selvatici europei, e in epoca romana era già coltivata in penisola con decine di cultivar descritte.

Il frutto, botanicamente, non è una bacca né una drupa: è un pomo, un falso frutto in cui la parte carnosa deriva dal ricettacolo fiorale e il vero frutto è il torsolo cartilagineo che contiene i semi. È il motivo per cui la mela non ha nocciolo.

Cosa dice il catalogo Ortifera

I dati della scheda vengono dalla stessa tabella che alimenta il planner: famiglia rosaceae, difficoltà facile, distanza d'impianto 400 cm, esposizione 8 ore di sole, fabbisogno idrico medio, terreno fresco, profondo, ben drenato, temperatura minima tollerata -25 °C, ottimale 12-25 °C, messa a dimora in febbraio, marzo, novembre e dicembre, raccolta in agosto, settembre e ottobre, entrata in produzione fra 730 e 1460 giorni.

Due numeri meritano attenzione. Il primo è i -25 °C: il melo è l'albero da frutto più resistente al gelo fra quelli comunemente coltivati in Italia, più del pero e molto più del pesco. Non teme l'inverno; semmai teme le gelate tardive sulla fioritura, che è un problema diverso.

Il secondo è la temperatura ottimale massima di 25 °C, più bassa di quella di pesco e albicocco. È un albero di clima temperato-freddo: sotto i 1.000 metri nel Sud Italia soffre, e le varietà da montagna del Trentino o del Piemonte danno risultati molto migliori nelle zone fresche che in pianura calda.

Portinnesto: la decisione che conta di più

Un melo non si compra "melo": si compra varietà più portinnesto. La varietà decide come sarà la mela, il portinnesto decide come sarà l'albero — dimensione, precocità, longevità, tolleranza al terreno.

Le tre classi che si trovano in vivaio:

  • Franco (da seme): albero grande, 5-7 metri, produzione dal quinto-sesto anno, vita lunghissima, radici profonde che cercano l'acqua da sole. È la scelta del frutteto familiare classico, di chi ha spazio e nessuna fretta.
  • Portinnesti semi-nanizzanti (MM106, M26): 3-4 metri, produzione dal terzo anno, buon compromesso. Reggono in piedi da soli in terreni normali.
  • Portinnesti nanizzanti (M9 e derivati): 2-2,5 metri, prime mele al secondo anno, ma richiedono un palo di sostegno permanente e irrigazione regolare, perché l'apparato radicale è superficiale e non va a cercare acqua in profondità.

La distanza di 400 cm indicata dal catalogo è quella di un albero su portinnesto medio in forma libera. Su nanizzante si scende a 150-200 cm in filare; su franco si sale a 6 metri.

Impollinazione: il motivo per cui un melo solo non basta

È l'errore più frequente di chi pianta il primo albero. Il melo è in larga parte autosterile: il polline dei suoi fiori non feconda gli ovuli della stessa varietà. Servono due varietà diverse, compatibili e con fioritura sovrapposta.

Alcune varietà, inoltre, sono triploidi (Gravenstein, Bramley, Belle de Boskoop): producono polline sterile, quindi non solo hanno bisogno di un impollinatore, ma non possono a loro volta impollinare nessuno. Piantandone due triploidi si ottiene un frutteto senza frutti.

Tre soluzioni pratiche:

  1. Due alberi di varietà diverse, entrambi diploidi, con epoca di fioritura affine.
  2. Un solo albero con innestato un ramo di varietà impollinatrice.
  3. Un melo ornamentale (Malus da fiore) nelle vicinanze: fiorisce a lungo e impollina quasi tutto.

Le api fanno il resto. Ed è per questo che il catalogo indica come buone consociate erba cipollina, tagete e calendula: non aiutano l'albero direttamente, attirano impollinatori e insetti utili sotto la chioma. La patata è invece segnalata come cattiva consociata, perché condivide con il melo la sensibilità ad alcune avversità e compete per acqua e azoto nello strato superficiale.

Impianto

Si pianta a riposo vegetativo, nelle finestre indicate dal catalogo. La buca si scava larga almeno il doppio della zolla e profonda quanto basta a lasciare il punto d'innesto ben fuori dal terreno, almeno 8-10 centimetri sopra il livello finale. Interrare l'innesto è l'errore che annulla l'effetto del portinnesto: la varietà emette radici proprie e l'albero torna a comportarsi come un franco.

Nel fondo si mette letame maturo o compost, mescolato alla terra di scavo, mai a contatto diretto con le radici. Dopo l'interramento si comprime, si forma una conca di irrigazione e si bagna abbondantemente anche se il terreno è umido: serve a far aderire la terra alle radici, non a dissetare.

Il terreno richiesto è fresco, profondo, ben drenato. Il melo tollera male i ristagni: in terreno argilloso e compatto conviene piantare su una lieve collinetta rialzata.

Potatura

Il catalogo riassume l'obiettivo in una riga: potare in inverno lasciando la chioma arieggiata.

Il melo fruttifica su lamburde e brindilli, formazioni corte e legnose che restano produttive per diversi anni. Non va quindi potato come il pesco, che fruttifica sul legno dell'anno precedente e chiede tagli energici annuali. Qui si lavora per sottrazione leggera:

  • si eliminano i rami secchi, malati e quelli incrociati;
  • si tolgono i succhioni, i rami verticali vigorosi che non fruttificano e rubano energia;
  • si diradano le parti interne troppo fitte, perché luce e aria arrivino al centro della chioma;
  • si accorciano i rami troppo lunghi che tendono a piegarsi sotto il peso.

L'aerazione non è estetica: la ticchiolatura, la principale malattia fungina del melo, si sviluppa dove la chioma resta bagnata a lungo. Una chioma aperta asciuga in fretta e si ammala molto meno.

Il periodo è fine inverno, quando il gelo intenso è passato ma la pianta non è ancora ripartita.

Diradamento

Il catalogo lo colloca a giugno, dopo la cascola naturale dei frutticini.

Il melo allega in eccesso. Se si lasciano tutti i frutti su ogni mazzetto, si ottengono mele piccole e insipide, i rami rischiano di rompersi e — soprattutto — la pianta consuma tutte le riserve nella maturazione dei semi, non differenzia gemme a fiore per l'anno seguente ed entra in alternanza di produzione: un anno carica, l'anno dopo quasi nulla.

Si lascia un frutto per mazzetto, scegliendo il più grande e meglio esposto, con una decina di centimetri fra un frutto e l'altro. Sembra uno spreco; è l'operazione che decide la qualità del raccolto e la regolarità degli anni successivi.

Avversità

Il catalogo elenca tre problemi, che coprono la quasi totalità dei casi reali.

Carpocapsa (Cydia pomonella) — la "verme della mela". Due o tre generazioni all'anno; la larva entra nel frutticino e scava fino ai semi. Strategia: trappole a feromoni da maggio per monitorare i voli, raccolta e distruzione dei frutti bacati caduti, fasce-trappola di cartone ondulato sul tronco in agosto per intercettare le larve che scendono a incrisalidarsi.

Afide lanigero (Eriosoma lanigerum) — colonie coperte da una secrezione cerosa bianca simile a cotone, su rami e ferite di potatura; provoca tumori legnosi. Si contiene con tagli puliti, spazzolatura delle colonie, sapone molle potassico e conservando la fauna utile: il Forficula (forbicina) e la coccinella lo predano.

Ticchiolatura (Venturia inaequalis) — macchie olivastre poi nere su foglie e frutti, che spaccano la buccia. È favorita da primavere piovose. Si previene con potatura arieggiante, raccolta delle foglie cadute in autunno (dove il fungo sverna) e, dove il problema è cronico, scegliendo varietà resistenti — le cosiddette Re-Ax o le vecchie cultivar rustiche di montagna, che sopportano molto meglio degli ibridi commerciali.

Raccolta e conservazione

Raccolta in agosto, settembre e ottobre secondo la varietà. Il catalogo dà l'indicatore più affidabile: raccogliere quando i semi sono scuri. Aprendo una mela di prova, semi bianchi significano frutto immaturo, semi marroni significano maturazione fisiologica raggiunta.

L'altro test è il distacco: sollevando e ruotando leggermente il frutto verso l'alto, una mela matura si stacca con il peduncolo attaccato. Se resiste, non è pronta.

Si raccoglie con il peduncolo intatto: una mela senza peduncolo marcisce dal punto di distacco nel giro di poche settimane. Si maneggia senza urti, perché ogni ammaccatura è un punto di partenza per il marciume.

Le varietà tardive si conservano per mesi in locale fresco (2-6 °C), buio e leggermente umido, disposte su ripiani in strato unico e non ammassate. Le mele emettono etilene in quantità: non vanno conservate insieme a patate, che germogliano, né a ortaggi a foglia, che avvizziscono.

Come Ortifera segue il melo

Nell'app il melo è una coltura perenne: una volta inserito nell'orto resta anno dopo anno e il calendario si costruisce sul ciclo dell'albero, non su una semina.

Le attività ricorrenti che l'app programma seguono i dati del catalogo: potatura di fine inverno, trattamento preventivo, controllo trappole e diradamento a giugno, irrigazione nei periodi secchi in base al fabbisogno medio, finestra di raccolta fra agosto e ottobre.

La scheda della pianta dentro l'app mostra gli stessi valori di questa pagina — distanza, ore di sole, minima tollerata, consociazioni, avversità — perché li legge dalla stessa tabella. Se un dato cambia nel catalogo, cambia contemporaneamente qui e nel planner.

Domande frequenti

Serve un secondo melo per avere le mele?
Quasi sempre sì. La maggior parte delle varietà di melo è autosterile o parzialmente autosterile: il polline dei suoi stessi fiori non feconda. Serve una seconda varietà con fioritura contemporanea entro qualche decina di metri, perché siano le api a fare il trasporto. In contesto urbano o di piccolo giardino può bastare un melo del vicinato, oppure si innesta un ramo impollinatore sulla stessa pianta. Il catalogo segnala esplicitamente questa necessità nelle note della specie.
Quanti anni prima del primo raccolto?
Il catalogo indica 730-1460 giorni, cioè da due a quattro anni dall'impianto. La differenza dipende quasi solo dal portinnesto: su portinnesti nanizzanti (M9, M26) le prime mele arrivano al secondo o terzo anno, su franco o su portinnesti vigorosi si può aspettare fino al sesto. Chi vuole frutti presto, in poco spazio, sceglie il nanizzante e mette in conto un palo di sostegno permanente.
Quando si pianta un melo?
Nella finestra indicata dal catalogo: novembre-dicembre e febbraio-marzo, cioè a riposo vegetativo. L'impianto autunnale è il migliore nelle zone a inverno non estremo, perché le radici si insediano prima del germogliamento. Nelle aree con gelate lunghe e terreni pesanti conviene rimandare a fine inverno. Le piante in vaso si mettono a dimora tutto l'anno tranne in piena estate, ma attecchiscono comunque meglio nella stagione fredda.
Cosa sono i vermi dentro le mele?
Sono larve di carpocapsa (Cydia pomonella), il parassita numero uno del melo e il primo dei tre segnalati dal catalogo. La femmina depone sul frutticino, la larva penetra e scava fino al torsolo. Non si combatte a danno avvenuto: si anticipa con trappole a feromoni da maggio, che indicano il momento dei voli, e con la raccolta sistematica dei frutti bacati caduti, che interrompe il ciclo. Le trappole sono fra i consigli di cura del catalogo.
Perché devo togliere frutti che sono già cresciuti?
Si chiama diradamento e il catalogo lo indica a giugno. Il melo allega molti più frutti di quanti riesca a portare a maturazione decente: lasciandoli tutti si ottengono mele piccole, poco zuccherine, e la pianta va in alternanza di produzione, cioè carica un anno e vuota l'anno dopo. Si lascia un frutto per mazzetto, distanziando di una decina di centimetri. È una delle poche operazioni che migliorano insieme quantità utile e qualità.

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