Rabarbaro

Rheum rhabarbarum L.

Anche detto: rabarbaro da giardino, rhabarbaro, reu, ruibarbo

La pianta perenne che torna ogni primavera senza riseminarla: coste rosse acidule per torte e marmellate, con una regola ferrea — le foglie sono tossiche.

Ceppaia di rabarbaro con grandi foglie verdi e lunghe coste rosso carminio raccolte in un orto
Famiglia botanica
Altre famiglie
Tipo
Ortaggio
Difficoltà
facile
Ore di sole al giorno
5 h
Fabbisogno idrico
medio
Distanza fra le piante
80 cm
Profondità di semina
2 cm
Germinazione
15-30 giorni
Semina-raccolta
365-730 giorni
Temperatura minima tollerata
-15 °C
Temperatura ottimale
12-22 °C
Terreno
ricco di humus

Semina

gen
feb
mar
apr
mag
giu
lug
ago
set
ott
nov
dic

Raccolta

gen
feb
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apr
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giu
lug
ago
set
ott
nov
dic

Buone consociazioni

cavolo, fagiolo

Da evitare vicino

patata

Avversità principali

lumache

Dati dal catalogo Ortifera, gli stessi usati dall'applicazione per generare il calendario e le attività settimanali.

Identità della specie

Il rabarbaro è Rheum rhabarbarum, famiglia Poligonaceae, una pianta perenne a riposo invernale che in primavera emette grandi foglie reniformi — fino a mezzo metro di diametro — portate da lunghe coste carnose dal rosso carminio al verde secondo la varietà. È originario dell'Asia centrale, dove cresce nelle steppe e nei pendii montani; la storia della sua coltivazione è curiosa, perché per secoli in Cina e in Europa fu pianta medicinale, coltivata per la radice lassativa, e solo a partire dal Settecento inglese le coste divennero alimento: la torta al rabarbaro e il rabarbaro con la crema sono nati nei giardini Yorkshire prima che altrove.

In Italia il rabarbaro è coltura minore ma fedele: si trova nei giardini del Nord e delle valli alpine, dove il clima fresco gli somiglia, e sta tornando di moda con la cucina dei dolci aciduli e delle marmellate a basso zucchero. Le coste, crude o cotte, hanno un acidità netta che in cucina funziona come il limone: composte con fragole e zucchero danno le preparazioni più classiche.

Va chiarito da subito il punto che il catalogo sottolinea due volte: le foglie sono tossiche per l'elevato contenuto di acido ossalico; solo le coste sono commestibili. Il resto della pianta — radice compresa — non va consumato.

Cosa dice il catalogo Ortifera

I dati della scheda vengono dalla stessa tabella che alimenta il planner: famiglia poligonacee, difficoltà facile, distanza d'impianto 80 cm, esposizione 5 ore di sole, fabbisogno idrico medio, terreno ricco di humus, temperatura minima tollerata -15 °C, ottimale 12-22 °C, messa a dimora in febbraio, marzo, ottobre e novembre, raccolta in maggio, giugno e luglio, entrata in produzione fra 365 e 730 giorni, cioè da uno a due anni.

Tre dati definiscono la coltura. La distanza di 80 cm: ogni ceppaia adulta occupa quasi un metro quadrato di fogliame, e va pianificata come pianta perenne fissa, non come ortaggio di rotazione. Le 5 ore di sole: meno di qualunque altra coltura del catalogo, coerente con una pianta di origine montana che tollera la mezz'ombra. La produzione che entra a regime fra uno e due anni e dura dieci-venti: una volta sistemata, la ceppaia non chiede altro che divisione periodica.

Perenne: si pianta una volta

Il rabarbaro è la coltura per eccellenza di chi vuole piantare e lasciare: la messa a dimora va fatta in febbraio-marzo o ottobre-novembre, nel riposo o all'inizio della ripresa, con piante da divisione o da vaso. La via migliore è la divisione della ceppaia: si scava la pianta madre, si separano porzioni di rizoma con almeno una gemma ciascuna e si reimpiantano; ogni porzione riparte con una stagione di vantaggio rispetto alla semina, che pur possibile — 2 cm di profondità, germinazione in 15-30 giorni — dà piante variabili e più lente.

Il catalogo fissa la cadenza: dividere ogni 5 anni. Le ceppaie che si affollano producono coste sottili e numerose ma meno gustose; la divisione rinnova la pianta e regala nuove piante da donare o spostare. Nel primo anno dopo ogni trapianto la raccolta va tenuta minima, per lasciare consolidare le radici.

Cure e raccolta

Il terreno vuole essere ricco di humus: un ammendante organico ben maturo all'impianto e una pacciamatura organica rinnovata ogni anno tengono la pianta vigorosa. Il fabbisogno idrico è medio ma costante: il rabarbaro in piena crescita evapora molto, e le irrigazioni regolari da maggio a luglio — la stagione della raccolta — fanno la differenza sullo spessore delle coste. La pacciamatura bene consigliata dal catalogo serve esattamente a questo: terreno fresco, meno erbacce, humus che si rinnova.

La raccolta va da maggio a luglio: si staccano le coste alla base con un movimento rotatorio, mai tagliate, e mai più di un terzo delle coste per volta. Dopo luglio la pianta va lasciata in pace: le foglie che restano ricaricano le radici per l'anno successivo. In inverno il fogliame muore e si può ripulire; in primavera la ceppaia riparte da sola. In cucina le coste si sbucciano alla base, si tagliano a pezzetti e si cuociono sempre con zucchero: l'acidità si smorza e il sapore diventa composto e riconoscibile.

Avversità e consociazioni

Il catalogo segnala un'unica avversità: le lumache, che nelle primavere piovose attaccano le giovani foglie in espansione. Le difese sono le classiche da orto fresco: barriere fisiche attorno alla ceppaia, trappole e raccolta serale, terreno non eccessivamente umido attorno alle gemme in primavera. Per il resto il rabarbaro è tra le colture più indifferenti ai parassiti dell'intero catalogo.

Le consociazioni indicate dal catalogo — cavolo e fagiolo — sfruttano la convivenza con piante che occupano piani diversi dell'orto e che si giovano di un vicino fisso che non si tocca per anni; da evitare la patata, che condivide gli stessi spazi di scavo e disturberebbe il rizoma stabile del rabarbaro.

Come Ortifera segue il rabarbaro

Nel planner il rabarbaro entra come pianta perenne fissa: messa a dimora a febbraio-marzo o ottobre-novembre, attività di pacciamatura e irrigazione a regime, raccolta limitata da maggio a luglio con la regola del terzo, divisione della ceppaia ogni cinque anni come attività programmata. Il diario registra anno dopo anno la stagione delle coste e la qualità della produzione, che con una ceppaia ben gestita migliora invece di esaurirsi.

Domande frequenti

Le foglie del rabarbaro sono davvero velenose?
Sì, e non è una precauzione generica: le foglie contengono acido ossalico in concentrazioni elevate e non vanno mangiate in nessun caso — né crude né cotte. Il catalogo lo segnala due volte tra le cure: *solo le coste sono commestibili* e *foglie tossiche*. Le foglie vanno separate al momento della raccolta e possono andare nel compost, dove l'ossalico si degrada senza problemi. Le coste, invece, sono perfettamente commestibili e sono la parte ricercata.
Quando si raccoglie il rabarbaro?
Fra maggio e luglio, come indica il catalogo. La raccolta si fa staccando le coste alla base con un movimento rotatorio, non tagliandole, e mai asportando più di un terzo delle coste di ogni pianta per volta: la pianta perenne ha bisogno di foglie per ricaricare le radici. Nel primo anno dopo l'impianto è consigliabile non raccogliere affatto, o quasi, per lasciare che la ceppaia si consolidi.
Il rabarbaro si semina o si trapianta?
Entrambe le cose, ma con esiti diversi. Dal seme — il catalogo indica 2 cm di profondità e germinazione fra 15 e 30 giorni — si ottengono piante variabili che fruttificano buone coste solo dopo un paio d'anni. La via consigliata è la **divisione della ceppaia**: si trapianta in febbraio-marzo o ottobre-novembre, come indica il catalogo per la messa a dimora, e ogni porzione di rizoma con almeno una gemma riparte subito. Il catalogo ricorda anche di **dividere ogni 5 anni**, perché le ceppaie vecchie si affollano e producono coste sottili.
Che terreno vuole il rabarbaro?
Terreno **ricco di humus**, fresco e ben drenato: il rabarbaro è una pianta vigorosa che in pochi anni costruisce un apparato radicale grosso e preleva molta materia organica. Il catalogo indica fabbisogno idrico **medio** e tra le cure la **pacciamatura bene**: un pacciame organico spesso mantiene il terreno fresco, controlla le erbacce e rinnova l'humus che la pianta consuma. Cinque ore di sole bastano; nelle zone calde sopporta anche la mezz'ombra.
Quali avversità colpiscono il rabarbaro?
Pochissime, ed è una delle colture più tranquille dell'orto: il catalogo segnala solo le **lumache**, che nelle primavere umide divorano le giovani foglie in espansione. Trappole e barriere fisiche, raccolta serale e la gestione dell'umidità con la pacciamatura tengono il problema sotto controllo. Niente afidi significativi, niente malattie ricorrenti: è il tipo di pianta che premia chi la installa bene e poi la lascia lavorare.

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